
Osservi il menu da dieci minuti, sei disorientato, preavvisi attacchi di panico, di labirintite, di vertigini, ma nel frattempo hai imparato ad apprezzare l’uso dell’aggettivo floreale.
Alzi la mano per conquistare l’attenzione del barista, che ti risponde:
“Un attimo, finisco di caramellare il succo di lamponi e more fatto in casa”.
Aspetti la conclusione dell’opera e chiedi una birra.
“Abbiamo la Spartana, fatta con luppoli italiani e bacche di ginepro, ambrata, fruttata, schiuma persistente e aromatica, gradazione sopra i sette. Poi c’è la Metallara, prodotta a Padova in edizione limitata, birra scura con sentori di caffè tostato, cioccolato fondente, caldarroste, cuoio e cuoio capelluto; infine la Burundi, birra chiara e solare, dal bouquet floreale e un retrogusto asprigno dovuto all’estratto di sudore dello scroto di gnu adulto.”
Fissi il barista e finalmente comprendi la citazione di Nietzsche sull’abisso che guarda dentro di te.
“Io di solito prendo una Tennent’s.”
Il barista si gratta il naso.
“Forse mi è rimasto qualcosa di simile.”
Al suo ritorno ti presenta una bottiglia da 25cl con etichetta bianca, priva di qualsiasi indicazione. La giri più volte. Ti infastidisce che non venga indicata almeno la gradazione alcolica. Al quinto giro che fai fare alla bottiglia sull’etichetta appare magicamente una scritta: MO BASTA.
La birra però è buonissima. L’hai mandata giù in un sorso e ne prenderesti un’altra se non ti accorgessi all’improvviso che nell’anima ti scende come un novembre umido e piovigginoso.
Allora vuoi solo rifugiarti in casa, anche se hai deciso che appena possibile tornerai nel bar per bere la birra buonissima.
Chiedi al barista di pagare.
“Undici euro e cinquanta.”
Birra buonissima, eh. Ma la Tennent’s è la Tennent’s.