BAR ANONIMO

Che si trovi in un centro commerciale, in periferia, nelle strade del centro più sfortunate – per noi autoctoni, qualsiasi angolo non adiacente Via Gramsci -, o ancora meglio lungo una provinciale che si percorre in stato catatonico, causa principale di ogni incidente; il Bar Anonimo entra ed esce dalle nostre vite come il caffè che può offrire.
Sempre che non sia un caffè di merda.
Nessun vecchio seduto al tavolino ci scruterà accigliato, con la voglia di sputare per terra in segno di spregio verso noi forestieri, e cioè provenienti da fuori il raggio di cinque chilometri. Tre chilometri per le aree umbre belle e selvagge.
Questo perché il Bar Anonimo non merita una presenza tanto distintiva, e poi perché il vecchio, a causa dell’età, avrebbe la bocca disidratata, secca, così come la sua anima già rassegnata al creatore. Che forse, quelli con le barbe, quelli davvero forestieri, si faranno pure esplodere ovunque, ma ci hanno saputo fare meglio di noi con l’aldilà. Loro, le vergini e i fiumi di vino.
Ma questa è un’altra storia. In un bar anonimo ci si entra per timbrare il cartellino del caffè, pagare e tornarsene alla propria vita . Che per quanto piatta, rimane più aderente alla realtà.
Volendo citare Marco Augè e i suoi non luoghi – un concetto che poco convince il sottoscritto, per chi volesse: se ne può parlare davanti a un Pastis, al massimo davanti a un Pernod – per il Bar Anonimo dovremmo adottare il concetto di non realtà.
A meno che non diventi un Bar Abituale (presente nel prossimo numero), non ricorderete di avere bevuto un caffè nel Bar Anonimo, così come il ricordo di un sogno svanisce appena alzati dal letto.
E a proposito di sogni, nel Bar Anonimo il proprietario spesso si permette di non battere scontrino. Si dirà: non teme i controlli fiscali? No. Se li auspica, perché le attenzioni della finanza, per una situazione tanto disperata, rappresenterebbero una forma di affetto.
Ma questo affetto malato il Bar Anonimo può sognarselo.

Lascia un commento