
Stranota è la storia dell’orologio rotto che segna l’ora giusta due volte in un giorno. Figuriamoci se nelle nostre rotte vite – per i meno aulici: vite piene di rotture di coglioni – non abbiamo bisogno di due certezze al giorno. Una delle due è il Bar Abituale. Qui si parla di un pacchetto: non conta solo il bere, ma pure l’atmosfera di famiglia, le bottiglie di alcolici mai aperte, la playlist di Radio Delta o, per le serate più vivaci, di Radio Subasio, i giornali alla rinfusa che consultiamo altrettanto confusamente, la copia dello Stuzzicadenti che in questo momento si sta leggendo; non ultime le chiacchiere con i proprietari, prive di qualsiasi impegno e comunque piacevoli anche quando ripetitive. Ora c’è chi prende come disciplina l’eterno ripetersi in questo tipo di bar e in dieci, venti, cinquant’anni di alcolismo ordinerà la stessa cosa, lasciandoci indecisi se catalogarlo come caso psichiatrico o esercizio pratico di raffinatissima filosofia orientale. Ma cosa succede quando ciò che si è ordinato per anni, per una qualsiasi ragione, manca? Ebbene, una volta trovai un uomo in piedi nel bar, più fermo di una statua. Chiesi al barista cosa fosse successo. Mi spiegò: “L’altro ieri ha ordinato come sempre un Chivas, ma lo avevamo finito. Da allora non si è più mosso né ha parlato.” Provai a salutarlo, gli sventolai la mano davanti agli occhi, lo insultai, insultai la madre, insultai la moglie, promisi di andarla a trovare. Nulla. Pochi giorni dopo l’uomo tornò a muoversi, a parlare, a scatarrare, a bestemmiare, insomma tornò in ciò che ci accontentiamo di definire vita non appena il camion scaricò una cassa del suo whisky preferito. Fortunatamente non ero presente. I più attenti domanderanno: ma se le certezze nella vita devono essere due al giorno, e una è il Bar Abituale, l’altra quale sarebbe? Tornarci.
MARCO PARLATO