
Anno Domini MMXIX.
Foligno, Umbria, Italia, pianeta Terra.
Siamo nel 2019 e nonostante la tenacia dei negazionisti l’emergenza climatica popola, ma che dico, invade quotidianamente le traiettorie dei nostri più reconditi e malcelati spettri notturni.
Incendi devastanti se so consumati mezza Siberia, l’Amazzonia ormai ci ha la biodiversità dell’Orti Orfini e il Polo Nord s’è ardotto a un polaretto.
Alluvioni, tifoni, cicloni, tsunami, trombe d’aria su lu sottopasso de Viale Ancona.
Siamo incessantemente proiettati verso l’inevitabilità dell’ennesimo disastro, ma questo non ci spaventa affatto, perché in fondo quello che davvero ci preoccupa è che a novembre inoltrato non avemo potuto ancora tirà fori lu Napapijri o lu North Face.
Cercamo de esse seri: ma che è stu callo, oh?
Piumini, spolverini, calzettoni, pigiamoni, calzamaje…
Ma che l’avemo spesi a fa sti 700 euro pe’ ‘no scafandro de poliestere, acrilico e propilene?
Ma non era meglio, visto che s’è fatta l’ora, arzà du sordi e pijà un porco a mezzi da fà stagionà in cantina? Ciauscoli, sottocosta, fegatelli, guanciali, zampetti, lonze, capocolli, porchette, lumache imporchettate, carpe regine imporchettate. Futuri imporchettati, sapientemente avvolti nella pancetta succosa e croccante. Che spettacolo.
È quasi dicembre, quando la gente è in festa, s’imbandisce la tavola, riecheggiano gli stornelli e i canti popolari tramandati dai nostri avi.
La foschia silenziosa s’insinua nelle trame del soprabito, fino al sussulto del brivido, fino alla predestinata, sacra e perpetua voglia incontenibile di una reale sbraciata de porco in compagnia. Siamo a Foligno e oggi, esattamente come da secoli e secoli, sentiamo il bisogno di onorare questa tradizione che ci caratterizza, che ci rende fieri della nostra terra perché ci identifica.
Poi parlamoce chiaro: è proprio vero che de lu porcu ‘n se vutta via gnente!